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FEBBRAIO 2025 - Anno XVIII - Numero 1 - Giovedì 16 Aprile 2026
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Timor Panico 1

Comportamento e ruoli nel panico

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Il panico è, per successione, il terzo livello emotivo che segue la paura e l’angoscia. Si fa derivare l’etimologia linguistica dal dio Pan, divinità greca il cui nome deriva da paein (pascolare). In realtà il termine venne poi espanso in tutto, perché secondo la mitologia greca, egli rappresentava lo spirito di tutte le creature naturali. Mezzo uomo e mezzo capride, amava le ninfe ma si accoppiava con le capre, da cui forse la giustificata reazione assai permalosa con chi lo disturbava,visti i possibili problemi d’identità che lo attanagliavano. Tale iracondia si manifestava con urla e grida altissime che terrorizzavano i pastori arcadici e, talvolta, anche lui stesso, inducendolo alla fuga. Secondo la visione comune, il panico si scatena quando, superati i primi due livelli, l’individuo percepisce che solo una reazione immediata a discapito degli altri, può forse salvargli la vita. In realtà affinché il panico si scateni occorrono altri fattori oltre ai primi due: mancanza di una leadership, chiusura lenta e progressiva di una soluzione, ad esempio di fuga, o altro fattore scatenante aggiuntivo. Il 30 ottobre 1938 la popolazione di New York venne gettata nella disperazione da uno scherzo radiofonico ideato e condotto dall'attore Orson Welles. Una trasmissione di musica leggera fu bruscamente interrotta e drammaticamente venne annunciato che invasori extraterrestri provenienti da Marte stavano accerchiando la città; una possibile via di scampo si trovava ancora a nord, ma questa, verosimilmente, sarebbe stata chiusa, di lì a poco, dall'avanzare dei Marziani. Gli effetti della trasmissione furono disastrosi: in pochi minuti cessarono di funzionare i trasporti pubblici, gli ospedali, numerose stazioni di polizia e dei Vigili del fuoco... I funzionari preposti a questi servizi, al pari di un milione di Newyorkesi si erano precipitati a piedi o in automobile in direzione nord per sfuggire all'accerchiamento. Si ebbero morti, feriti e ingenti danni. Orson Welles se la cavò per il rotto della cuffia dichiarando che aveva reso un "grande servizio all'America rivelando quanto essa fosse vulnerabile ad un attacco nemico" ed evitò il carcere. In questo caso l’elemento scatenante fu l’annunciata, progressiva chiusura dell’unica via di fuga possibile, che scatenò inevitabilmente la percezione di intrappolamento, responsabile dello scatenamento della crisi. Paradossalmente l’assenza di una soluzione avrebbe probabilmente indotto una organizzazione del gruppo, magari anche solo un atteggiamento para-catatonico, di trinceramento o di attesa, ma difficilmente una reazione immediatamente disordinata ed illogica. Durante l’incendio delle torri gemelle, non tutte le persone si gettarono dalle finestre, ma solo una piccola percentuale a testimonianza della presenza di leader nei gruppi o di altre possibili, ipotetiche vie di fuga (le scale) o i piani superiori. E ciò avvenne solo quando restò solo quella via di escaping. Tale comportamento collettivo è similare in ogni situazione in cui prevalga l’intrappolamento, sia in luoghi chiusi che in quelli apparentemente aperti. La calca di persone che iniziano a spingere, come nella recente tragedia in Germania (Love Parade di Duisburg agosto 2010) in cui diciannove ragazzi ad un concerto persero la vita per tentare di fuggire verso l’unica uscita, un lungo tunnel in muratura, è la stessa che si può verificare quando i pellegrini che attraversano un ponte in processione, improvvisamente avvertono una minaccia che sbarri loro la strada e li obblighi a spostarsi verso altre direzioni. il meccanismo è il medesimo. Il fenomeno del comportamento delle masse in situazioni critiche era già conosciuto nei tempi antichi ed aveva indotto modifiche nella progettazione e costruzione degli edifici destinati all’accoglienza di numerose persone per manifestazioni o riunioni: tipico esempio è il circo Massimo a Roma che, occupato in ogni ordine di posti (250.000) presenta decine di uscite ed entrate lungo tutto il perimetro. Durante una situazione di tensione, i cervelli passano da un lavoro de-sincronizzato e singolo ad una progressiva sincronizzazione con gli altri del gruppo, iniziando con una reazione strettamente emotiva ad una fase razionale (specialmente da parte degli uomini) che tendono a soluzionare il problema. In una seconda fase si alternano disperazione e raziocinio, con uno squilibrio progressivo verso la parte istintiva che diventa comune; durante questa fase è più che mai necessaria la presenza di un capogruppo a cui fare riferimento: dalle sue reazioni (in assenza di fattori precipitanti esterni) il gruppo si può mantenere unito o disunire in modo caotico: in questa seconda ipotesi si passa alla terza fase, quella del “si salvi chi può” che diventa ingestibile: le persone utilizzano solo il software di sopravvivenza celato nel cervello più antico, che permette all’animale di combattere o fuggire.(foto ed immagini da Google; interventi da Wikipedia e Dizionario delle Scienze Psicologiche Simone)



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    Antonello Musso - newcitizenpress.com - 17/06/2011


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