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Settembre 2020 - Anno XIII - Numero 8 - Sabato 31 Ottobre 2020
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ITALIA: RISCHIO POVERTA’

Crescita insoddisfacente e perdita del lavoro: pagano giovani e donne

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Le conseguenze della crisi economica sono pesanti. L’ Italia, infatti, si ritrova con un’ economia che fa scivolare il Paese indietro di dieci anni, con una povertà che tocca punte del 25% e che riguarda 15 milioni di persone. E’ impietoso l’ ultimo rapporto dell’ Istat, quello del 2010, che descrive un Paese lento, vulnerabile, senza futuro. Dai dati della relazione si evince che un italiano su quattro , vale a dire il 24,7% della popolazione, è a rischio povertà o di esclusione sociale. Numeri che fanno riflettere ancor di più se rapportati al 20% della Germania o al 18,4% della Francia. Emergenza che riguarda soprattutto il meridione del nostro Paese se si considera che ben il 57% dei soggetti a rischio, ovvero 8,5 milioni di persone, abitano nel Sud Italia. Le famiglie devono ormai ricorrere agli esigui risparmi per affrontare le spese quotidiane. Questo accade nel nostro Paese, con il Prodotto interno lordo in caduta libera, che segna per il 2010 il più forte crollo d’ Europa. Nel 2008 e nel 2009 il Pil è diminuito, infatti, rispettivamente del 7 e del 6,6%. Da sottolineare che per la prima volta il tasso di risparmio è calato al di sotto delle grandi economie della Ue, inferiore anche a quello del 1990. Il 5,5% degli italiani, nel 2010, ha rivelato di non aver avuto i mezzi economici per acquistare il cibo. L’ 11%, invece, ha dovuto rinunciare alle medicine. Il 17%, non avendo denaro a sufficienza, non ha comprato vestiti, mentre, dato che dovrebbe far riflettere di più, il 16% è stato costretto a ricorrere ai risparmi o, peggio ancora, a contrarre debiti per arrivare alla fine del mese. Quasi la metà degli italiani reputa troppo gravosi i semplici oneri per la propria casa e un italiano su cinque afferma di aver risparmiato meno rispetto all’ anno precedente. Pilastro delle famiglie sono le donne, senza le quali i nuclei familiari non potrebbero sopravvivere. Secondo l’ Istat, infatti, ben il 76,2% del lavoro familiare grava sulle loro spalle. Da considerare, inoltre, il grande merito che hanno anche nell’ aiuto informale di assistenza e cura: basta pensare che ogni anno compiono in tal senso 2,1 miliardi di ore. Paradossalmente il mondo del lavoro anziché rendere merito a questo imprescindibile contributo femminile lo mortifica. Infatti, più di una donna su cinque, dichiara di aver perso il lavoro per motivi familiari, mentre oltre 800mila donne sono state licenziate, o costrette a dimettersi a causa di una gravidanza. Ma il dato che maggiormente dovrebbe far riflettere è il crollo occupazionale che ha interessato il meridione d’ Italia nel biennio 2009-2010: più del 50% delle persone che hanno perso il lavoro, ovvero 280mila individui, risultavano residenti nel Mezzogiorno. Anche le regioni del nord, comunque, sono state colpite dalla recessione, e registrano un decremento occupazionale pari a 228mila unità. La crisi economica si è abbattuta violentemente sull’ occupazione cancellando negli ultimi due anni 532mila posti di lavoro. A pagarne le conseguenze soprattutto i più giovani: nella fascia di età racchiusa tra i 15 e i 29 anni si sono persi in un biennio 501mila posti di lavoro. Le stime dell’ Istat confermano che l’ Italia ha anche il problema del lavoro nero. Secondo stime dell’ Istituto di rilevazioni statistiche, infatti, un lavoratore su dieci non è in regola con i contratti, per l’ esattezza il 12,2% nell’ anno di riferimento 2009. Le più alte percentuali di lavoro sommerso si registrano nel settore dell’ agricoltura (24,5%), tallonato dal settore del commercio, alberghiero e dei pubblici esercizi (18,7%). A seguire il settore delle costruzioni (10,5%), fanalino di coda l’ industria con il 4,4 %. Lapidario il presidente dell’ Istat Enrico Giovannini nell’ analisi fatta durante la presentazione del rapporto a Montecitorio alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Il tasso di crescita dell’ economia italiana è del tutto insoddisfacente e anche i segnali di recupero congiunturale dei livelli di attività e della domanda di lavoro non sembrano sufficientemente forti e diffusi per riassorbire la disoccupazione e l’ inattività rilanciando redditi e consumi”. Un Paese fermo, rissoso, chiuso a difesa di interessi corporativi, guidato da una classe politica a cui non interessa altro che mantenere i propri privilegi è un Paese che difficilmente può risalire la china. Servono persone serie, oneste e preparate per un nuovo rinascimento. A ognuno di noi la propria parte di responsabilità. (Foto e immagini da Google.it)




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    Antonio Nicola Pezzuto - newcitizenpress.com - 03/06/2011


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