Per buona sorte dei malati in primis e dei medici, malgrado le difficoltà economiche presenti in ogni epoca e momento storico, ma assai pressanti oggi, la ricerca nella soluzione definitiva del problema oncologico continua. Sappiamo che la neoplasia è una crescita disordinata ed incoerente di gruppi cellulari che si organizzano in tessuto nei tumori solidi e tendono ad espandersi per l’organismo in maniera incontrollata. Si comportano da parassiti consumando progressivamente l’ospite, fino ad indurne la cachessia ed in seguito, la morte. Si tratta di una malattia nata dall’uomo e conosciuta da sempre che ha visto il suo trend di crescita variare molto nella sua evoluzione, essendo assai condizionato da fattori interni (stato di prostrazione o vigorìa delle difese immunitarie, benessere psicologico) o esterni legati allo stato di nutrizione, all’esposizione di fattori favorenti o inibenti la crescita tumorale di natura chimica, fisica o radiante. Alcune forme sono più facilmente trattabili di altre con decremento di morte o guarigione clinica (tumori non Hodgkin, alcuni tumori infantili, della mammella o della prostata, del colon-retto), o quantomeno con una speranza di vita maggiore; ciò in parte è dovuto alla prevenzione ed in parte all’aggressione terapeutica policentrica (chirurgica, chemioterapica, radiante). Esiste però una sacca di persone che, malgrado tutti gli sforzi, non riesce a cavarsela. Come mai? Quotidianamente i nostri corpi producono una quantità minima di cellule anomale vuoi per forma vuoi per funzioni, che in fondo rappresentano di per sé minuscoli tumori; questi non si sviluppano perché il sistema immunitario, una volta individuatele, le elimina attraverso meccanismi molto diversi sia in modo diretto, attraverso globuli bianchi specializzati, sia in modo indiretto attraverso la mediazione di sostanze che possono indurre la paralisi riproduttiva o addirittura la morte cellulare. Il problema di fondo nasce però dal fatto che queste cellule degenerate, pur differendo da quelle normali, sono comunque figliastre dello stesso organismo e presentano alcune similarità che spesso ingannano o ritardano la comparsa dei meccanismi di difesa. Alla capacità mimetica si aggiunge inoltre quella trasformistico-adattativa che fa sì che talvolta un determinato tipo di neoplasma alla fine si comporti come qualcosa di completamente diverso, sconcertando il sistema immunitario prima ed anche i protocolli chemioterapici poi. Quando l’equilibrio tra difesa ed attacco viene a compromettersi, la malattia prende il sopravvento fino alla consunzione dell’organismo stesso. La chirurgia, la radioterapia e la chemio-immunoterapia si sono modificate molto nel corso degli anni, ma mentre per la prima di sono limiti di crescita legati allo spazio ed alla anatomia, per la seconda e soprattutto per la terza si possono prevedere evoluzioni favorevoli. La chemioterapia, nata, per usare un termine agricolo, come diserbante totale, si è via via più specializzata, grazie agli studi molecolari e cinetici delle cellule anomale, dalla nascita, alla riproduzione ed alla trasformazione. La tossicità iniziale dei farmaci era legata appunto alla non discriminazione tra cellule sane e malate e l’inevitabile morte di Sansone insieme a tutti i Filistei; come detto questo problema si sta ridimensionando progressivamente alla luce degli studi che, all’attuale stato dell’arte, interessa principalmente tre filoni legati alla Apoptosi (morte cellulare), al recupero delle cellule degenerate (meccanismo riparativo), o alla quiescenza (congelamento riproduttivo). Alcuni di questi nuovi farmaci, che vengono già sperimentati nei centri avanzati di oncologia, interferirebbero favorevolmente sulle parti del DNA in cui sono scritte le sequenze dei geni oncosoppressori, alterati e guastati da eventi avversi. La mancanza o la rottura di tali parti, impedirebbe alla cellula di “suicidarsi” mettendo così fine alla sua anomalia che verrebbe in tal modo perpetrata nella sua riproduzione incontrollata. La speranza dei ricercatori riguarda anche la possibilità che alcune molecole allo studio si aggancino ai due filamenti di DNA inserendosi nel mezzo e possano addirittura eliminare le parti danneggiate saldando e riavvolgendo i filamenti “riparati” re-incanalando la vita cellulare sul giusto binario. Infine un altro gruppo di farmaci è destinato ad interferire nei meccanismi riproduttivi cellulari (inibitori della polimerizzazione della tubulina), bloccandone di fatto la crescita. Tutte queste nuove proposte vanno sotto il nome di farmaci biologici che devono avere le caratteristiche di essere più efficaci, meno tossici e più specifici, andando a lavorare nel mondo genetico. L’uso in sequenza di questi diversi meccanismi potrebbe agire paralizzando prima uccidendo o riparando in seguito le cellule degenerate. La battaglia continua. (foto ed immagini da google)