Ebbene lo confesso, il titolo comparso su un social network era troppo bello per lasciarlo lì e non utilizzarlo in qualche modo: confesso dunque di essermene impadronito per scherzarci un pò su, anche se comunque le vittime del maltempo lasciano sempre una nota di malinconia. La cosa tragicomica in sé è l’ansia continua del catastrofismo in saldo, dell’affannosa ricerca di titoli per spingere la vendita di quotidiani e notiziari radiotelevisivi in crisi di audience. Così una nevicata intensa diventa la più intensa a memoria d’uomo ed il freddo inferiore alla media è il “paradossale esempio del surriscaldamento globale” (!); e naturalmente il giorno seguente la nevicata invernale, scoppiano le polemiche, arte speciale di cui condividiamo il primato con i pettegoli del “Sun”: celeberrima, da fiction quella tra il sindaco di Roma ed il responsabile della protezione civile, andata avanti per una settimana disputando su venti centimetri di neve. E naturalmente qualche procura apre inchieste per verificare le eventuali responsabilità civili. L’altro giorno parlavo con un mio amico ottantacinquenne che abita solo nelle vaste piane rumene sferzate dai venti siberiani: mi raccontava con la pacatezza figlia della saggezza che gli è propria, che il giorno prima gli si era gelata l’acqua nel secchio nel corridoio, mentre vicino alla stufa si stava abbastanza bene, anche se di notte verso le due quando si spegneva, il freddo iniziava a farsi sentire. “ Scendi dunque a riaccenderla?” domando. “No, mi tiro su un’altra coperta”. Quando gli ho chiesto quanta neve ci fosse, mi ha risposto che quest’anno andava bene perché ne era venuto solo un metro e mezzo; “ Ma c’è un trucco: la spalo dal cortile due volte al giorno così non si deposita e posso camminare liberamente”. Altre generazioni, altre mentalità. Qua in Italia sembra che tutto capiti per disgrazia o per causa di qualcuno e, naturalmente, subito dopo si inizia a frignare con il miserere, invocando aiuti statali o maledicendo il governo ladro. Due sabati or sono anch’io mi sono trovato ottanta centimetri di neve venuti giù in una notte: al mattino ho iniziato a spalare per poter uscire con la macchina dal cortile: in un silenzio surreale, la neve ha il magico potere di ovattare, si udivano nei cortili delle case vicine, identici rumori di pale che grattavano il terreno in modo ritmico, confortante: tutti gli abitanti del paese spalavano serenamente la neve che, in inverno, non desta notizia, ma rende meno anonimi i tepori del focolare domestico. Tutto qui. Poche ore dopo i mezzi spazzaneve ufficiali e quelli ufficiosi (da noi chi ha un trattore normalmente ha anche una lama per neve), insieme agli spargi-sale, rendevano le strade perfettamente percorribili malgrado la nevicata abbia imperversato anche la domenica. Non ci sono state scuole chiuse: i bambini giravano con gli stivali di gomma multicolori, mentre i vecchi confermavano che quello che oggi sembrava evento straordinario, per loro era l’ordinario in ogni inverno, durante la guerra; e sì, ne moriva qualcuno di freddo, ma poteva succedere, esattamente come quando qualche persona muore in primavera o in autunno e nessuno ci fa caso. E non si invocava la protezione civile (non esisteva) o si incolpava qualcuno: “quando si nasce- mi raccontava una vecchia zia da piccolo- bisogna pensare che si deve morire in qualche modo, ed è difficile pensare di morire senza causa o sani o in salute: quando tocca, tocca”. E’ buona cosa rileggere il contratto stipulato nascendo, che ci ricorda che la vita ha un senso solo perché esiste la morte. E se i treni non partono perché sono gelati i binari, può essere normale, come un tetto può cedere per l’eccessivo carico di neve. Ma una volta caduto il tetto ci si rimboccano le maniche e si ricostruisce con tenacia e pazienza; siamo uomini, perbacco! (foto ed immagini da google)