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Ottobre 2019 - Anno XI - numero 9 - Venerdì 18 Ottobre 2019
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L’ART. 10 DELLA COSTITUZIONE

l’ordinamento giuridico italiano e quello internazionale

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   Lo Stato italiano è collocato in un contesto multinazionale e pertanto. perché possa operarvi attivamente, è tenuto a rispettarne le norme. Ma quali sono queste norme? Anzitutto occorre fare riferimento alle norme di diritto internazionale non scritte, le “norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”: si tratta di quelle regole di condotta che hanno come destinatari tutti i soggetti della comunità internazionale, e quindi Stati ed organizzazioni che a vario titolo vi operano.

Tali regole nascono da comportamenti ripetuti nel tempo e considerati giuridicamente obbligatori dai soggetti della comunità internazionale; si tratta quindi di consuetudini. Di esse si occupa l’art. 10, primo comma, della Costituzione che prevede che l’ordinamento giuridico italiano debba conformarvisi. Questa disposizione ha un grande significato simbolico, oltre che giuridico, perché con essa da un lato lo Stato italiano si colloca e si legittima nella comunità internazionale (anche se, dal punto di vista storico, è più corretto dire che esso si ri-legittima e ri-colloca, visto che quando entra in vigore la Costituzione è da poco terminata la tragica esperienza fascista) e, dall’altro, riconosce l’originarietà dell’ordinamento giuridico internazionale e di quello degli altri Stati, ossia il fatto che la loro sovranità non derivi da quella di nessun altro ordinamento; il comma 1 prevede quindi un dispositivo di adeguamento automatico, o adattamento automatico, del diritto interno a quello internazionale.

Pertanto, un atto legislativo (statale o regionale) in contrasto con una regola di diritto internazionale di natura consuetudinaria deve essere dichiarato viziato da illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 10, comma 1 della Costituzione. Agli accordi o Trattati internazionali fa riferimento invece il secondo comma dell’articolo, che prevede che la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge proprio in conformità ad essi. Con i Trattati, due o più soggetti di diritto internazionale (che di solito sono Stati ma possono anche essere organizzazioni internazionali) si assumono e riconoscono reciprocamente obblighi e diritti. Le norme in essi contenute possono avere carattere particolare, qualora derivino da accordi fra singoli Stati, o generale (se sono stipulate da più Stati in sede di congressi o conferenze internazionali). In ogni caso esse, a differenza di ciò che accade per le norme generalmente riconosciute, che vincolano tutti i soggetti della Comunità degli Stati, si applicano soltanto agli Stati firmatari dell’accordo.

L’art. 10 poi si occupa dei rapporti tra l’Italia e la Comunità internazionale anche dal punto di vista della tutela della condizione giuridica dello straniero. Quest’ultima è protetta dalla previsione di una riserva rafforzata di legge: è proprio questo il significato da attribuire all’espressione secondo cui il trattamento giuridico, a cui lo straniero viene sottoposto, non viene lasciato all’arbitrio della pubblica amministrazione ma può essere fissato solo dalla legge e non può essere meno favorevole di quanto previsto dalle norme di diritto internazionale consuetudinarie e pattizie. Ciò non esclude che il legislatore italiano possa prevedere un trattamento ancora più favorevole per lo straniero di quanto già preveda il diritto internazionale e possa quindi porsi come punto di riferimento per la comunità internazionale. Come è noto esistono nel nostro ordinamento due categorie di stranieri, ossia i cittadini dell’Unione europea, che godono di una tutela particolarmente qualificata e sempre più assimilabile a quella riconosciuta agli italiani, e i cittadini non appartenenti all’Unione europea, i c.d. extracomunitari, che possono invece essere soggetti a restrizioni riguardo al loro diritto d’ingresso, di soggiorno e di permanenza nel nostro Paese.

Ai sensi del terzo comma poi, è tutelato lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana: si tratta di tutti quei diritti e quelle libertà che la totalità degli ordinamenti democratici riconosce (diritto a non essere discriminati per razza, sesso o religione, libertà di associazione, pensiero, domicilio, diritti di partecipazione politica) e che per definizione hanno lo scopo di consentire lo sviluppo integrale dell’essere umano: lo straniero che si trovi in questa situazione può ottenere il diritto d’asilo. Egli in tal modo può godere delle libertà fondamentali garantite dalla nostra Costituzione. Il quarto comma, infine, prevede che non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici: si tratta di quei crimini commessi dallo straniero stesso per opporsi a regimi totalitari o per affermare un diritto di libertà il cui esercizio nel suo Paese di origine è negato. Dopo aver delineato un ordinamento costituzionale fondato sulla libertà e la giustizia, i Costituenti vollero andare oltre e affermare l’universalità di tale modello, riconoscendo a chiunque non abbia l’opportunità di vivere in uno Stato retto dagli stessi principi, il diritto di rifugiarsi in Italia e di non essere estradato qualora abbia commesso reati politici contro un regime illiberale.

L’interpretazione unitaria del terzo e quarto comma dell’art. 10 spinge a qualificare come reati politici quei comportamenti che esprimano opposizione a regimi non democratici o rappresentino l’esercizio di diritti e libertà negate da quegli ordinamenti. Il nostro Paese, pertanto, escludendo l’estradizione per questo tipo di reati, nel rispetto delle Convenzioni internazionali sottoscritte a tutela dei diritti dell’uomo, tende a restringere la potestà repressiva dello Stato estero per tutelare la personalità dello straniero. E tuttavia occorre ricordare che un altro orientamento ricava la nozione di reato politico dall’articolo 8 del codice penale Rocco del 1930: tale norma definisce tale ogni delitto che offenda un interesse politico dello Stato o un diritto politico del cittadino e i delitti comuni determinati da motivi politici. Una nozione così ampia, elaborata in piena epoca fascista, era evidentemente motivata dalla necessità del regime di estendere il più possibile l’applicazione della legge italiana anche a tutti quei delitti commessi all’estero nei confronti dello Stato italiano.

Questa norma però mal si concilia con lo spirito della Costituzione repubblicana, espressione di un ordinamento democratico; se infatti fosse prevalsa tale definizione di reato politico si sarebbe arrivati ad escludere dalla estradizione anche lo straniero che abbia compiuto crimini contro l’umanità o atti di terrorismo contro uno Stato democratico. In materia è quindi intervenuta una legge costituzionale del 1967 che ha esplicitamente escluso che il divieto di estradizione si applichi anche a tale tipo di crimini. Si è posto il problema dei potenziali conflitti tra norme costituzionali e norme internazionali, per risolvere il quale la Corte Costituzionale ha elaborato il concetto di “armonizzazione”, che è basata sui seguenti principi: il diritto internazionale preesistente alla Costituzione prevale su di essa, in quanto regola fattispecie, situazioni e interessi che si pongono come speciali rispetto alle norme interne; il diritto internazionale successivo non può mai intaccare i principi fondamentali del nostro ordinamento, cioè quei principi che danno forma al nostro ordinamento costituzionale e non possono essere alterati in nessun caso (eguaglianza, rispetto della dignità dell’uomo, riconoscimento dei suoi diritti inviolabili). In proposito è illuminante la sent. n. 48 del 1979.

Riepilogando può affermarsi in sostanza che i primi due commi dell’articolo 10 manifestano la volontà dello Stato di aprirsi verso l’esterno, attraverso l’adeguamento del proprio ordinamento interno alle norme internazionali, mentre gli ultimi due costituiscono la proiezione sul piano internazionale dei valori affermati dalla Costituzione nell’ambito interno: lo Stato italiano, cioè, da un lato si adegua ai principi accolti nella comunità internazionale, dall’altro riversa in quest’ultima i propri che hanno, il più possibile, carattere universale, allo scopo di creare una sorta di interscambio tra gli ordinamenti giuridici, nazionale ed internazionale, nell’ottica di un arricchimento reciproco. Foto da Google.it



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    Fabio Giudice - newcitizenpress.com - 09/05/2012


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