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Novembre 2021 - Anno XIV - Numero 10 - Domenica 05 Dicembre 2021
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PEPPINO IMPASTATO, CENTO PASSI DI LEGALITA’

La memoria e l’impegno

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    Lo scorso 9 maggio si è celebrato il 34esimo anniversario della morte di Peppino Impastato, giornalista ed attivista ucciso dalla mafia quel triste giorno del 1978 (in cui fu trovato anche il cadavere di Aldo Moro), con una carica di esplosivo lungo la linea ferroviaria Trapani-Palermo, per il suo impegno civile e politico contro le cosche. La sua vita, come è noto, è stata raccontata dal film, di grande successo, “I cento passi”.

Per capire cosa rimane, e cosa c’è di attuale, nella testimonianza di Peppino è stato utile partecipare ad un incontro-dibattito, dal significativo titolo “la memoria e l’impegno”, con il fratello Giovanni, che va in giro per l’Italia per mantenerne vivo il ricordo e promuovere la cultura della legalità. Ciò che è emerso, anche grazie agli interventi dei partecipanti, è davvero molto interessante. La legalità, sostiene Giovanni, “non sempre è quella delle leggi. La legalità si fonda sul rispetto della dignità umana. Bisogna battersi perché non si calpestino i diritti civili delle persone, non si minacci il lavoro, la libertà, il libero pensiero”.

E molte leggi hanno introdotto norme che disprezzano la dignità umana; pertanto rispettarle non è giusto proprio per questo. Da qui l’esaltazione del valore della disobbedienza civile. Altro aspetto del problema: oggi le istituzioni fanno tutto quello che è necessario contro la mafia? Impastato risponde di no perchè, se è vero che negli ultimi anni sono entrate in vigore norme che hanno accentuato l’aspetto repressivo (si pensi, ad esempio, a quelle che hanno disposto la confisca dei beni dei mafiosi), ciò che manca è la volontà politica di puntare più in alto, al livello superiore, quello dei “colletti bianchi”, cui lo stesso Falcone aveva più volte fatto riferimento.

Peraltro, occorre riflettere sul fatto che è cambiato lo stesso identikit del mafioso, camorrista o ‘ndranghetista: egli non è più un rozzo contadino alla Provenzano o Riina, ma fa il medico, l’ingegnere, l’avvocato e cerca di infiltrarsi nei vari ambienti politici ed economici per fare affari. Si aggiunga che il territorio in cui opera non è più circoscritto (anzi, forse non lo è mai stato, ma oggi il fenomeno è molto più diffuso) alle classiche regioni meridionali, ma si estende a tutto il Paese, con ampie ramificazioni all’estero. In proposito, basti pensare che la Lombardia è, dopo la Sicilia, la seconda regione per numero di beni confiscati. Si può dire, banalmente, che la mafia va dove ci sono i soldi. La conseguenza di tutto questo è la necessità di una nuova consapevolezza di tutti nell’approccio al fenomeno mafioso, anche nel Nord Italia, dove la gente, l’uomo della strada, non può più permettersi di continuare a pensare che esso sia un problema solo del Sud; le inchieste recenti e quelle in corso dimostrano, infatti, l’esatto contrario.

Falcone sosteneva che la mafia è fatta da uomini, e come tale così come ha avuto un inizio dovrà avere una fine; ma è necessario capire che essa non può essere sconfitta solo con la repressione, perché è anzitutto un fenomeno culturale e di mentalità: bisogna lavorare sulla testa delle persone per cominciare a cambiare le cose. In questo senso sono molto più aperti i giovani, spesso pieni di quella sete di verità e di giustizia che, a suo tempo, fu il motore dell’azione di Peppino. Oggi viviamo nell’era della comunicazione grazie, ma non solo, ad Internet ed ai social network ma, nello stesso tempo e paradossalmente, c’è un appiattimento culturale e del pensiero che in realtà sta facendo regredire la società. Si comunica di più, è vero, ma in modo molto più veloce e conseguentemente superficiale. Tutto ciò succede perché un sistema dominante ha deciso di imporre, per motivi politici ed economici, i suoi modelli: meno la gente pensa e più è manovrabile.

Peppino Impastato reagirebbe a tutto questo, non abbasserebbe la testa, come in vita sua non fece mai, ma, con la tecnologia del terzo millennio, si batterebbe per sostenere che un altro mondo è possibile. E’ questo il patrimonio che ci ha lasciato, è questa l’attualità del suo messaggio. Un messaggio di speranza e di fiducia, quelle che Giovanni e la sua famiglia coltivano da quando hanno visto tanta gente, tanti giovani, venire a Cinisi da ogni parte della Sicilia e dell’Italia per ricordare Peppino. Foto da Google.it




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    Fabio Giudice - newcitizenpress.com - 16/05/2012


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