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Ottobre 2019 - Anno XI - numero 9 - Venerdì 18 Ottobre 2019
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Tokio rinuncia al nucleare

A poco più di un anno dal disastro di Fukushima, il Giappone si appresta a uscire di fatto dal nucleare a uso civile, anche in assenza di un referendum «all’ italiana», come auspicato dal premio Nobel per la Letteratura Kenzaburo Oe: l’ultimo reattore attivo sui 54 totali, il n.3 di Tomari, sarà spento il 5 maggio, «verso le ore 23». L’annuncio del gestore Hokkaido Electric Power, accolto con favore dai movimenti anti-nucleare spuntati in tutto il Paese, ha rilanciato oggi i timori sulle conseguenze per l’attualmente debole economia e i rischi di blackout in estate (periodo di picco dei consumi elettrici) derivanti dal blocco del nucleare. Proprio dall’atomo, la terza economia del pianeta generava il 30% del fabbisogno energetico prima della crisi di Fukushima. Nulla lascia pensare che le unità fermate per le ispezioni ordinarie (obbligatorie ogni 13 mesi) possano ripartire a breve viste le resistenze di comunità ed enti locali al rilascio delle autorizzazioni del delicato procedimento amministrativo. La peggiore emergenza dopo Cernobyl ha posto la questione sicurezza con forza anche in roccaforti come la prefettura di Fukui, “cuore atomico” giapponese: 14 reattori su una superficie simile a quella della città di Roma, che ne fanno l’area più nuclearizzata al mondo. Un ultimo sondaggio del quotidiano Asahi ha evidenziato che, malgrado l’operatore Kansai Power Electric abbia riversato sul territorio negli anni milioni di euro e migliaia di posti di lavoro, il 43% si è dichiarato contro il nucleare, a fronte del 36% favorevole. Gli sforzi del governo di Yoshihiko Noda di far ripartire due reattori a Oi, nella stessa prefettura, stentano a decollare per i ritardi sulle rassicurazioni in materia di sicurezza, per la fase di stallo della preannunciata Authority indipendente, per la portata confusa degli stress test e per le notizie che a volte assumono contorni surreali. La Japan Atomic Power, l’ente pubblico che sviluppa tecnologie per lo sfruttamento avanzato dell’energia atomica, ha infatti spiegato che Tsuruga (altri due reattori sempre a Fukui) potrebbe essere «decommissionata» per la faglia sottostante risultata attiva. Un’insolita spiegazione da parte dei funzionari pubblici su un elemento essenziale per la costruzione delle centrali: la solidità delle fondamenta. Altri impianti, come Hamaoka, sono stati fermati per motivi di sicurezza, anche in questo caso perché realizzati su pericolose faglie. Il massiccio ricorso ai combustibili fossili per le centrali termiche ha generato l’aumento del valore di gas naturale importato al record di 5.400 miliardi di yen (circa 50 miliardi di euro) nell’esercizio 2011/12, in crescita annua del 52,2%. Quasi tutte le 9 utility regionali nipponiche, quelle con attività nel nucleare, presentano conti in profondo rosso. E tre - Hokkaido, Kansai e Kyushu - si trovano, in base alle stime comprensive degli effetti della massiccia campagna sui risparmi energetici, a non poter soddisfare la domanda estiva. Kansai, che copre la città di Osaka e il bacino industriale, accusa un deficit di oltre il 16%. La soluzione di alcune aziende alle prese con l’aumento della bolletta energetica oltre che con il superyen, suona come una minaccia per l’economia nipponica: spostare la produzione all’estero.



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    Matteo Mascetti - newcitizenpress.com - 26/03/2012


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