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Gennaio 2021 - Anno XIV - Numero 12 - Venerdì 21 Gennaio 2022
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Il fallimento delle nazioni

Il governo annuncia per l’ennesima volta l’uscita dalla crisi e la ripresa che si aggirerà intorno allo 0,1% del PIL fino allo 0,8% nelle migliori delle ipotesi. Cioè niente, nulla, in una costante involuzione verso una economia chiusa che vede allargarsi sempre di più la forbice della ricchezza. Due economisti americani, Daron Acemoglu, professore di economia al MIT di Boston, e James A. Robinson, scienziato politico e professore ad Harvard, nel libro “Perché falliscono le nazioni”, propongono una interessante analisi fondata sulla certezza che, nel lungo periodo, la democrazia rappresentativa e il libero mercato sono le uniche due vie che uno stato può percorrere per garantire al suo popolo la prosperità. I due autori formulano una teoria con cui cercano di spiegare perché certe nazioni falliscono – e i loro abitanti diventano più poveri, le istituzioni crollano e scoppiano rivolte e guerre civili – mentre altre continuano a prosperare sul lungo periodo – la pace sociale si mantiene, la violenza si riduce e il benessere economico degli abitanti aumenta. La spiegazione di Acemoglu e Robinson è di tipo “istituzionale”: la differenza la fanno le istituzioni politiche ed economiche che una certa società si dà nel corso del tempo e costituiscono la base del successo o della debacle di una nazione. Gli autori raggruppano tutte le istituzioni possibili in due grandi categorie: quelle inclusive (o pluraliste) e quelle estrattive. Al vertice politico delle società estrattive c’è una oligarchia, o casta, che esercita tutto il potere politico ed economico ed “estraggono” il valore prodotto dal resto della società. Nelle società estrattive la stessa mancanza di libertà è presente anche sul fronte economico. Questo modello di società, secondo gli autori, non può produrre una crescita solida e a lungo termine per un semplice motivo: mancano gli adeguati incentivi che servono per metterla in moto. I “sudditi” non hanno nessun motivo per ingegnarsi e trovare un modo di rendere il loro lavoro più produttivo: il frutto di qualunque miglioria nel rendimento dei prodotti, infatti, finirà nelle mani di quell’oligarchia estrattiva; la quale, non ha alcun interesse a favorire lo sviluppo tecnologico o qualunque altro tipo di innovazione in quanto il cambiamento potrebbe alterare lo status quo e rimuovere chi si trova al vertice dell’istituzione estrattiva. Se istituzioni politiche ed economiche estrattive sono la ricetta per il fallimento, va da sé che istituzioni economiche e politiche di tipo inclusivo e pluralista sono invece la via per il successo. Le due cose, almeno secondo Robinson e Acemoglu, non possono quasi mai andare separate. Le istituzioni politiche pluralistiche permettono che nei luoghi dove si prendono le decisioni convivano i rappresentanti di numerosi e diversificati interessi – e non soltanto quelli di una precisa élite. Il conflitto tra i vari interessi di questi rappresentanti fa sì che sia conveniente per tutti stabilire una legge chiara, univoca e che possa essere applicata in tutti i casi, invece dell’arbitrio di una élite che potrebbe appoggiare ora gli uni ora gli altri. Le istituzioni pluraliste aiutano questo processo e funzionano meglio se la ricchezza non è appannaggio soltanto di una ristretta élite, ma è distribuita tra i vari ceti e i vari gruppi. A loro volta queste ampie coalizioni possono portare avanti i loro particolari interessi perché le istituzioni politiche sono inclusive. Se applichiamo questo ragionamento alla situazione italiana attuale l’analisi può essere interessante e drammatica.




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    Loredana Masseria - newcitizenpress.com - 12/04/2015


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