Secondo voi è possibile eseguire una trapanazione cranica senza la conoscenza della chirurgia, anche se arcaica? Cosa bisogna conoscere, per eseguire la trapanazione senza correre il rischio che il paziente muoia? Se i crani trapanati rinvenuti dimostrano che l’individuo è sopravvissuto alla trapanazione, e in alcuni casi ne ha subito diverse, dobbiamo pensare ancora che erano solo dei praticoni che andavano avanti a tentativi? O, invece, erano degli abili chirurghi, in grado di conoscere il corpo umano, sia al suo esterno che al suo interno? Quando lessi per la prima volta la relazione del Germanà, rimasi sconvolto dall’importanza che aveva per le mie ricerche, in quanto mi permetteva di avvicinarmi alla dimostrazione che i nostri avi non avevano nulla a che invidiare alle altre grandi civiltà contemporanee tanto decantate da tutti gli storici del mondo. Il Prof. Germanà asserisce, relativamente ai resti umani rinvenuti a Serra Crabiles a Sennori, che: “Fra le malattie traumatiche merita un certo rilevo una grave lesione di scalottamento parziale (Scoperchiamento parziale del cranio) nell’esemplare maschile n. 1, sopravvissuto lungamente non solo all’evento traumatico, ma anche a un intervento chirurgico sulla regione frontale” inoltre precisa che “sul piano cronologico questo è il primo esempio di etnochirugia cranica paleosarda. Altrettanto gravi esiti traumatici presenta un resto omerale maschile, che subì una frattura epifisaria interessante anche l’articolazione del gomito. La frattura andò a guarigione, ma la cavità articolare del gomito subì l’invasione di una neoformazione ossea post - traumatica, che avrebbe potuto bloccare in anchilosi (Limitazione o abolizione dei movimenti di un'articolazione) le componenti articolari, se il soggetto non si fosse sottoposto a una “eroica” fisioterapia riabilitativa. A questa si deve la discreta ripresa funzionale del gomito (Germanà 1980 c.)”. A quanto pare, il gruppo vissuto a Serra e Crabiles, in un contesto ecologico disagiato (come l’aspro entroterra dell’Anglona), e in condizioni igienico - sanitarie alquanto precarie, pur soggetto a gravi fatti traumatici (es. bellici o di natura diversa), poté usufruire di una certa paletnoiatria traumatica esperta, anche se primitiva ed empirica. Le asserzioni del Prof. Germanà mi lasciano sbalordito e affascinato, in quanto grazie a queste asserzioni ho capito che i nostri antichi avi praticavano la scienza medica al pari dei tanto decantati egiziani. Inoltre, come vedremo nelle prossime righe, in Sardegna fu ritrovato l’unico esempio al mondo di trapanazione cranica molto singolare. Nell’esame svolto in due resti cranici, rinvenuti presso una domus di la Crucca presso Sassari, risulta un intervento chirurgico di trapanazione, così descritto dall’esimio professore: “In corrispondenza della bozza frontale di destra l’esemplare presenta un affossamento crateriforme irregolare rotondeggiante del diametro di circa 25 mm. Sul suo fondo si apre una perforazione di forma ellissoide (mm 25 x 19) con fatti cicatriziali ai bordi (rigenerazione dell’osso). L’esame paleopatologico ha permesso di accertare che la complessa lesione venne attuata in tre momenti: 1) raschiamento e assottigliamento della superficie cranica fino a realizzare una iniziale trapanazione. 2) realizzazione della porzione superiore - esterna del foro. 3) realizzazione della porzione inferiore - mediana del foro cui dopo alcune settimane dovette seguire il decesso del soggetto. Fra la prima fase e la seconda probabilmente intercorse un arco di tempo di circa un anno. Nel secondo cranio analizzato risulta che la lesione sul cranio dell’individuo presenta i bordi perfettamente cicatrizzati e denotano una lunga sopravvivenza al tipo di intervento praticato. L’esame paleopatologico e radiologico hanno orientato la diagnosi del Germanà verso un raschiamento intenzionale (per probabili fatti suppurativi post-traumatici) dell’occipite con “occasionale ed involontaria” perforazione del tavolato. Sempre da Sassari, dalla necropoli di Su Crucifissu mannu – Porto Torres, provengono due esemplari trapanati in vivo; quello della tomba n. 1, trapanato due volte nella stessa sede a distanza di circa un anno ed un secondo cranio dalla tomba n. 16 che ha subito due volte, in due sedi diverse la trapanazione, sopravvivendo a lungo ad entrambe le trapanazioni”. Quanto ho riportato nelle righe precedenti, avvalora molto la tesi della conoscenza della scienza medica, in quanto gli individui non decedevano neppure dopo varie trapanazioni craniche. Nella mia ignoranza in materia, penso che sia molto difficile far sopravvivere un individuo al dolore di una trapanazione cranica, figuriamoci al dolore e allo stress di due trapanazione, allora mi chiedo: Conoscevano la pratica dell’anestesia, magari mediante l’uso di erbe particolari? Questa domanda rimane aperta per gli specialisti che vorranno cimentarsi nelle ricerche in merito.